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Chiudere Manituana con lo stomaco a pezzi. Con le lacrime anche agli occhi. Mettere la parole fine. Fine di un sogno. Fine di una nazione. Fine di un mondo. Una fuga per ricostruire qualcosa che non esisterà mai più.
E la nascita di un Mondo Nuovo.
Un mondo di macchine e dollari.
Un nuovo impero.
Avrei voluto scrivere di questo libro.
Solo di questo libro.
Di quei pochi anni che vanno dal 1775 al 1783.
Ma mi era impossibile farlo, risolvere il mio cuore nelle mie 286 pagine direttamente scaricate dal sito, in un periodo di zero soldi e ringrazio davvero tanto Wu Ming per questa possibilità offerta, e ho lasciato che i ricordi, le letture, i sogni si mischiassero nello stomaco e che questo libro violento ed emozionante, rimanesse sullo sfondo.
Quello stomaco che resterà per sempre fermo a un campo distrutto nella neve.
“Ogni volta che penso all’olocausto avvenuto a Wounded Knee, Sud Dakota, quel 29 dicembre 1890, sento le voci dei bambini che urlano per il freddo, per la fame e per il terrore. Sento i pianti e i lamenti delle madri in agonia per i figli mortenti.” (Leonard Peltier, Prison Writings. My Life is my Sun Dance)
Tutto è cominciato tanto tempo fa con due libri regalatimi da piccolo dai miei genitori: il primo era intitolato “Fiabe e leggende degli Indiani d’America” (a cura di Rossana Guarnirei, illustrazioni di Giorgio Sansoni, Edizioni Primavera Firenze), del 1986 e quando lo ricevetti compivo sette anni, un libro per ogni compleanno. Lo divorai in una sera senza dormire tutta la notte, ricordo ancora come se fosse ora, le storie, da quel “Come gli indiani ottennero i cavalli”:
“Un ragazzo orfano viveva in un villaggio indiano sulle rive del Grande Fiume, in una capannuccia di fango. Non era molto robusto, non sapeva ancora cacciare perché era troppo giovane e così, per mangiare, doveva chiedere un boccone a questo e a quello.”
Che mi ricorda Philip Lacroix Ronaterihonte, adottato dai Mohawk:
“Il ragazzo era spacciato. Joseph era certo che il suo sangue avrebbe bagnato l’erba. Invece sua sorella era scattata in avanti, orgogliosa e furente. Aveva sfidato i guerrieri, li aveva svergognati, fatti sentire stupidi e fuori dalla storia delle Sei Nazioni. A un certo punto Joseph si era visto indicare, Molly lo aveva usato come argomento: questo ragazzo ha l’età di mio fratello. Quel giorno la nazione adottava il futuro Grand Diable. La vita di Joseph cambiava per sempre.”
Grand Diable, il personaggio che mi è rimasto più impresso del romanzo, per la sua vena di disperazione sanguinaria, per il suo spirito di sacrificio e la lucida capacità di cogliere un cambiamento dei tempi che avrebbe riservato solo un futuro di disperazione alla propria gente.
“Due palazzi di Londra potrebbero contenere tutta la nostra gente. Se qualcosa andasse male, il nome dei Mohawk andrebbe perduto per sempre.”
a “Ahayute e il mangianuvole”:
“Nella parte più arida e assolata del paese degli Indiani si innalzava una grande montagna che assomigliava a una pannocchia di granturco. Per questo gli Indiani la chiamavano Montagna di Granturco”
che leggevo e rileggevo tutte le mattine prima di scendere a giocare in cortile, cercando nel territorio circostante le tracce invisibili di quegli uomini, di quella magia dissolta; il secondo, (che si lega molto a Manituana, essendo gli eventi narrati all’interno di poco precedenti all’inizio della storia): “Guerra di frontiera” di Francis Russell, (Edizioni Cepim, 1974, uscito originariamente col titolo “The French and Indian Wars”, nel 1962, che per assurdo anni dopo sono riuscito a trovare, ad una bancarella di una sagra di paese, in una versione inglese senza immagini) che rilessi decine di volte, immobilizzandomi non so quante volte davanti alle stampe d’epoche, fra tutte l’agguato teso nel 1755 da Francesi e indiani alle truppe del generale inglese Edward Braddock che perì insieme a quasi mille uomini, che riprodussi migliaia di volte coi miei soldatini sulla moquette blu della mia stanza e di quel Old Hendrick, sulla cui morte si apre Manituana,, e a pagina 144 ho ritrovato proprio queste frasi che si legano a ciò che verrà narrato:
“Tuttavia, quando finisce una guerra di tali dimensioni, la vita che riprende non è più quella di prima. Anche i problemi politici non sono più gli stessi. La Francia aveva perduto tutto il suo impero in Nord America ed era uscita dalla scena. Gli indiani non potevano più servirsi della vecchia tattica di allearsi un po’ con i Francesi e un po’ con gli Inglesi. Nessuno poteva più aiutarli o difenderli. Furono così costretti ad abbandonare tutte le regioni vicine alla costa dell’Atlantico, mentre i colini inglesi si preparavano a invadere i territori dei Grandi Laghi e le praterie del West. Gli “amici” Irochesi, tanto amati da William Johnson, non ebbero un destino migliore degli altri: quasi tutte le loro “città” furono distrutte nel 1779. Davanti ai coloni d’America si apriva invece un grande e ricco continente da conquistare.”.
con due film che allietavano domeniche estive e invernali, quelli delle feste dove solo gente come me finiva il pranzo a mezzogiorno e mezzo e non aveva nessuna voglia di salutare parenti e scambiare auguri: La più grande avventura, una pellicola girata nel 1939 da John Ford, ambientato proprio durante la Guerra d’Indipendenza, con le vicende di Gil (Henry Fonda) e Lana (Claudette Colbert), che al di là della celebrazione manichea della nascita di una nazione con la bandiera delle colonie ribelli che sventola trionfante, con inglesi e indiani alleati infidi fino al midollo, rimane un concentrato di emozioni (la vita di frontiera resa nella sua durezza) durature e scelte registiche modernissime; e Passaggio a Nord-Ovest, girato nel 1940 da King Vidor, con un crudelissimo Spencer Tracy calato nella parte del maggiore dei rangers Robert Rogers, che parte per un’insidiosa spedizione con lo scopo di distruggere un villaggio di indiani alleati dei francesi. Una pellicola crudelissima, reazionaria e bianca fino al midollo, ma dotata di un ritmo che mi coinvolge ogni volta dal primo all’ultimo minuto, e che, dimenticato da tempo, mi è stato ricordato per quella testa tenuta come trofeo a suggello di una feroce sete di sangue diventata pazzia. (Quando mai riuscirò a trovare la narrazione scritta di questo uomo di frontiera che aveva intenzione di scoprire il passaggio a Nord-Ovest che collega l’Atlantico e il Pacifico);
fino ad arrivare a quella raccolta di fumetti che mio padre comprava e che mi faceva leggere, e che finalmente sono riuscito a concludere con somma fatica grazie all’ultima ristampa: La Storia del West, una serie ideata da Gino D’Antonio, che narra vividamente le vicende della famiglia MacDonald lungo varie generazioni, intersecandole ad episodi e personaggi storici che hanno reso una leggenda il West e un personaggio di Manituana, l’infido tedesco Jonas Klug, emblema di quegli Stati Uniti in rapida espansione, mi ha fatto tornare proprio ad un altro tedesco presente nel numero intitolato Sand Creek, luogo diventato famoso per l’eccidio perpetrato nel 1864 dalla milizia del colonnello Chivington (a cui nulla ha da invidiare quel tal generale John Sullivan che rispettando scrupolosamente gli ordini di George Washington mis a ferro e fuoco i territori degli Irochesi) ai danni dei Cheyenne di Pentola Nera e degli Arapaho di Mano Sinistra, Willie Kluge, disertore del 3° Fucilieri del Minnesota, la cui figlia è stata rapita dagli Arapaho e che commercia in fucili e alcool con gli indiani e che poi li vende alla distruzione. (Il massacro che poi ispirò Soldato Blu insieme agli orrori del Vietnam. Film tra l’altro che quando ho rivisto ho notato molto invecchiato e con quella noiosa storia fra i due protagonisti, ambedue bianchi).
Manituana mi ha ricordato tutto questo, mi ha ricordato il volto fiero di Hin-mut-too-yah-lat-kekht, Capo Giuseppe e, leggendo delle gesta dei Mohoc, la settima nazione irochese di stanza a Londra, un libro di rivolta come “Bello come una prigione che brucia” di Julius Van Daal (Edizioni 415) che
“racconta quel che avvenne a Londra nel 1780, quando nel breve arco di qualche giornata, un numero cospicuo di riottosi al nascente capitalismo si preoccupò di saccheggiare i prodotti migliori e distruggere le istituzioni più odiose. È una storia rimossa, cancellata, che non ha trovato pressoché mai spazio in alcun resoconto, anche dettagliato, di quel periodo”
e che fa conservare quella speranza che i Mohawk ricercano altrove, guidati da Ester, una bianca, e Molly, una Mohawk, due donne, in un mondo dettato dalla ferocia maschile e mi piace chiudere queste paginette, in cuffia la canzone dei Explosions In The Sky, queste frasi di Julius Van Daal, su una Londra che mai come nelle pagine di Manituana ho trovato più viva, puzzolente e simbolo dell’Impero.
“La cultura caotica dei gin rioters minacciava di disgregazione i legami sociali alienanti dove s’infognavano gli uomini, stimolando il loro gusto per la vertigine. In effetti non è che nel bevitore isolato che si depone il “fardello del pensiero”. Quando la folla s’imbriaca, tuonante o tuonata di piaceri, nasce talvolta un furore dello spirito la cui unica verità è la libertà: il tropismo dell’eterogenea comunità dei desideri. Al di là della perdita di “conoscenza delle pene e dei dispiaceri”, legata alla tossicomania alcolica, la festa offensiva e il delirio collettivo diventano allora i più irrefutabili fra gli argomenti del negativo. La sollevazione del giugno 1780 non si astenne dal sottomettere al saccheggio le cantine dei dignitari o le distillerie di acquavite, dall’imporre la gratuità delle taverne, dall’organizzare ogni sorta di sfrenatezze bacchiche. Occorreva una sbornia alla festa, e il cerchio alla testa- mitraglia, forca, prigione, moralismo- fu, a questo proposito, particolarmente doloroso. Eppure, se la festa non si fosse tramutata in orgia, non si sarebbe prolungata con tale intensità, non avrebbe minacciato l’ordine mercantile con una tale energia. I poveri si fecero temere, non per le loro aspirazioni, che sapevano formulare ancor meno di oggi, ma per la rivelazione folgorante del loro “starcene insieme”: un branco la cui domesticazione non era che una vernice e che rischiava alla prima occasione di ritornare all’indipendenza trasognata dello stato selvaggio…dei montoni pronti a brucare i loro pastori. Se i loro padroni raddoppiarono gli sforzi per rinforzare, con o senza vaselina, il loro dominio, i poveri non potevano più ignorare di costituire la forza centrale della società urbana nascente; soprattutto avevano mostrato a tutta l’Europa, proprio con la frenesia dei loro eccessi, la universalità nuova della loro classe, capace di abbattere i muri delle pastiglie, suscettibile di mettere il mondo alla rovescia.”
(a)nd – 16 agosto 2007

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